Dalle strategie della BCE alla politica di sviluppo dell’UE. Il bazooka di Draghi non basta senza un New Deal europeo
Davanti al vecchio tormentone tedesco, a quel «nein» (zu allem) di Jens Weidmann, governatore della banca nazionale (calmierato dalla sagacia politica – silente, consenziente – della Merkel) Mario Draghi ha superato un nuovo esame.
L’Europa è lontana dalla quota “salvezza” (permettetemi un eufemismo calcistico). I problemi economici alla finestra sono evidenti, dalla stagnazione, alla deflazione, al rischio di un nuovo trend di disoccupazione, ai debiti pubblici nazionali inossidabili. A questo vanno ad aggiungersi gli allarmi direi più che sociali, visto che ne influenzano l’andamento e spesso le richieste di aiuti più o meno psicologici, come il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nella UE e la catastrofe umanitaria dei migranti.
Il ricatto d'Europa
“Erdogan alza il prezzo, l’Europa si divide ma sostanzialmente abbozza. Perché non ha alternative. Ha bisogno della Turchia per mimetizzare la sua assoluta incapacità di governare la crisi: deve quindi esportarla nella speranza di risolverla al più presto, perché ogni giorno che passa senza una soluzione credibile erode la tenuta dei Governi europei.” Sono le parole usate da Adriana Cerretelli sul Sole 24 ore di oggi.
Le notizie che vengono dal vertice UE di Bruxelles sono stupefacenti. Il ricatto è in corso. Sappiamo della contropartita “tecnica” ai 3, pardon, 6 miliardi di euro richiesti dal Governo turco fino al 2018 per arginare la crisi del “malgoverno” o meglio del “nongoverno” della UE: la Turchia sarebbe pronta a “riprendersi” dalla Grecia non solo i migranti economici ma anche i potenziali rifugiati, mentre per quanto riguarda i siriani (in fuga dalla guerra civile) sarebbe pronto una specie di “scambio alla pari” (i siriani arrivati in Grecia verrebbero rimandati in Turchia, mentre quelli già in Turchia verrebbero ricollocati in Europa).
Emergenza migranti: il vertice UE-Turchia
In occasione del vertice del Consiglio europeo con la Turchia sull’immigrazione che si tiene il 7 marzo a Bruxelles, la Gioventù Federalista Europea desidera esprimere la massima preoccupazione per la drammatica situazione politica che i cittadini europei stanno vivendo.
Il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, nella sua relazione del 24 Febbraio al Parlamento europeo sulle decisioni prese dal Consiglio, ha affermato che probabilmente alcuni Stati non riusciranno a sostenere da soli il ripristino dell’impianto di Schengen, ma che ci sarà l’Europa a sostenerli. Noi ci chiediamo quale Europa. Un’Europa che ha un budget pari a meno dell’1% del PIL dei suoi Stati membri? Un’Europa a 28, profondamente divisa e incapace di una qualsiasi forma di solidarietà che sta tornando preda delle fobie del Secolo scorso tra egoismi nazionali e xenofobia?
Da Londra ad Atene un involucro vuoto chiamato Europa
(*) È giunta l’ora di trovare il filo che lega i vari disastri dell’Unione europea: i rifugiati in primis, e l’austerità, lo sfaldarsi delle Costituzioni nei Paesi membri, l’Europa più ristretta e meno democratica che potrebbe nascere dopo l’accordo con Londra.
L’Europa già si è sfaldata nel 2013-2014, come progetto solidale fondato sui diritti, durante la crisi del debito greco. Un Paese membro è stato lasciato solo e senza protezioni, perché passassero riforme di austerità che si erano già mostrate fallimentari non solo nell’Europa ma nel mondo (penso ai programmi di ristrutturazione del Fondo monetario degli anni ’80 in Africa, Asia e America Latina). Il governo Tsipras su cui si erano appuntate molte speranze della sinistra europea non è stato capace di insistere, e si è piegato a un memorandum ancora più duro dei precedenti.
Democrazia sotto pressione
La morte del ricercatore Giulio Regeni colpisce per la sua atrocità e preoccupa perché si inserisce in un drammatico trend di compressione della libertà.
Quando nel 2013 Al Sisi ed i suoi sostenitori ribaltarono Mohamed Morsi i governi occidentali videro nella giunta militare un valido argine al fondamentalismo islamico. Fu occidentalizzata la dottrina del ministro degli esteri di Berlusconi Franco Frattini: l’alternativa migliore per il mondo arabo è costituita da dittatori come Gheddafi e la pretesa di esportare i valori occidentali è velleitaria e pericolosa(1).










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